Mercoledì 12 agosto 2026 il Bureau of Labor Statistics ha comunicato che i prezzi al consumo statunitensi sono saliti dello 0,1% su luglio e del 3,4% sui dodici mesi, esattamente come atteso; nella stessa mattinata Destatis ha confermato l'inflazione tedesca al 2,8% e l'Istat ha rivisto al rialzo quella italiana, dal 2,8% preliminare al 2,9% definitivo. Tre numeri diversi che nascono dallo stesso fatto: il prezzo del greggio.

Il Brent, che il 2 gennaio valeva 61,98 dollari al barile, è arrivato a 138,21 dollari il 7 aprile con la guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz, è ridisceso a 68,53 dollari il 2 luglio quando sembrava vicino un accordo sul transito delle navi, e l'11 agosto era di nuovo a 93,26 dollari. Ogni economia ha tradotto quella stessa oscillazione in un'inflazione propria, a seconda di quanto pesa l'energia nel paniere, di come sono regolate le tariffe e di quanto la domanda interna assorbe il rincaro. È la ragione per cui tre percentuali quasi identiche raccontano tre situazioni molto diverse.

Un solo shock, tre modi di assorbirlo

Il quadro d'insieme è questo. L'area euro ha chiuso luglio con un'inflazione armonizzata al 2,9% secondo la stima rapida Eurostat del 31 luglio, in salita dal 2,8% di giugno: la componente energetica è passata dall'8,5% al 10,0% annuo, mentre alimentari, alcolici e tabacchi hanno rallentato dall'1,5% all'1,2%. Al netto dell'energia l'area si ferma al 2,2%. Negli Stati Uniti l'energia corre ancora più forte, al 14,7% annuo, ma il resto del paniere è più tranquillo: i beni al netto di alimentari ed energia salgono appena dello 0,8%.

Grafico a linea del prezzo spot del Brent dal 2 gennaio all'11 agosto 2026: partenza a 61,98 dollari, picco di 138,21 dollari il 7 aprile, minimo di 68,53 dollari il 2 luglio e risalita a 93,26 dollari l'11 agosto.
Il Brent ha più che raddoppiato in tre mesi, poi dimezzato, e da inizio luglio è risalito del 36%. I dati di luglio incorporano un prezzo medio di 83,76 dollari: ad agosto il barile viaggia dieci dollari più in alto. — Elaborazione Hub Finanza su dati U.S. Energy Information Administration.

Questo è il punto che rende i dati di luglio meno rassicuranti di quanto sembrino: la rilevazione fotografa un mese in cui il Brent ha viaggiato in media a 83,76 dollari, contro i 71,04 dollari del luglio 2025. Nella prima decade di agosto il prezzo è già dieci dollari più in alto. Lo stesso Istat, nella nota metodologica del comunicato, segnala che i carburanti hanno decelerato nella prima parte di luglio e accelerato nella seconda, in coincidenza con la ripresa del conflitto fra Stati Uniti e Iran.

Stati Uniti: il dato che rassicura e quello che non torna

L'indice dei prezzi al consumo americano (CPI) misura il costo di un paniere fisso di beni e servizi acquistati dalle famiglie urbane. A luglio è salito dello 0,1% sul mese, dopo il calo dello 0,4% di giugno, e del 3,4% sui dodici mesi, dal 3,5% di giugno: il consenso raccolto da Dow Jones indicava esattamente questi valori. La componente di fondo, o core, che esclude alimentari ed energia perché sono le voci più volatili e meno legate al ciclo interno, è cresciuta dello 0,2% sul mese dopo essere rimasta ferma a giugno, portando il tasso annuo dal 2,6% al 2,5%.

La composizione conta più del titolo. Circa due terzi dell'aumento mensile sono venuti dalla voce abitativa (shelter), che pesa oltre un terzo dell'indice e comprende affitti effettivi e affitti figurativi dei proprietari: è salita solo dello 0,1% sul mese e del 3,2% sull'anno. L'energia ha invece sottratto inflazione nel mese, con un calo dell'1,5%, restando però a +14,7% sull'anno (era +15,7% a giugno), con la benzina a +24,6%. I beni al netto di alimentari ed energia si fermano a +0,8% annuo; i servizi al netto di quelli energetici rallentano dal 3,2% al 3,0%.

Grafico a barre raggruppate dell'inflazione annua di luglio 2026 per componente in Stati Uniti, Germania, Italia e area euro: energia dall'8,3% al 14,7%, beni fra 0,8% e 3,2%, servizi fra 2,7% e 3,3%, alimentari fra 0,4% e 3,0%.
Fuori dall'energia le quattro economie sono sorprendentemente simili sui servizi e molto diverse sui beni. Le classificazioni nazionali non coincidono: il confronto va letto per ordini di grandezza, non alla seconda cifra. — Elaborazione Hub Finanza su dati BLS, Destatis, Istat ed Eurostat.

C'è però un elemento che il titolo del CPI non racconta e che conta molto per la Federal Reserve: la banca centrale americana non ha come obiettivo il CPI, ma il deflatore della spesa per consumi personali (PCE), costruito dal Bureau of Economic Analysis su una base più ampia — include per esempio le prestazioni sanitarie pagate da datori di lavoro e programmi pubblici — e con pesi che si aggiornano al variare dei consumi. A giugno, ultimo mese disponibile, il PCE di fondo cresceva del 3,3% annuo e quello complessivo del 3,7%. Fra il 2,5% del CPI core e il 3,3% del PCE core ci sono quasi otto decimi di punto: chi legge solo il primo conclude che l'inflazione americana è quasi rientrata, chi guarda il secondo vede una misura ancora lontana dal 2%. I due indici non sono intercambiabili. Il PCE di luglio esce il 26 agosto.

Il lavoro si sta raffreddando, e la revisione lo dimostra

Venerdì 7 agosto il rapporto sull'occupazione ha sorpreso in negativo: gli occupati non agricoli sono diminuiti di 23 mila unità, contro attese comprese fra 83 e 95 mila posti a seconda del sondaggio. Ancora più significative sono state le revisioni: maggio è stato tagliato di 66 mila posti a +63 mila e giugno di 37 mila a +20 mila, per un totale di 103 mila posti in meno rispetto a quanto si credeva un mese fa. La media dei tre mesi scende così a circa 20 mila posti, contro una media di 34 mila negli ultimi dodici. Le perdite si sono concentrate nell'istruzione degli enti locali (-50 mila) e nel commercio al dettaglio (-19 mila).

Due pannelli sovrapposti: in alto le barre verdi e rosse della variazione mensile degli occupati non agricoli statunitensi da agosto 2025 a luglio 2026, in basso la linea del tasso di disoccupazione, scesa dal 4,5% al 4,1% e interrotta a ottobre 2025.
Il tasso di disoccupazione scende mentre l'occupazione si ferma: è l'effetto di una forza lavoro che si assottiglia. L'interruzione della linea a ottobre 2025 non è un errore: l'indagine sulle famiglie non fu svolta durante la chiusura delle attività federali. — Elaborazione Hub Finanza su dati Bureau of Labor Statistics.

Il tasso di disoccupazione è però sceso dal 4,2% al 4,1%. È un'apparente contraddizione che si spiega con la seconda indagine: il tasso di partecipazione alla forza lavoro — la quota di popolazione in età da lavoro che ha un impiego o lo cerca attivamente — è calato al 61,4%, il livello più basso da oltre cinque anni. Quando le persone smettono di cercare lavoro escono dal calcolo dei disoccupati, e il tasso migliora senza che l'occupazione migliori. La conferma arriva dai salari: le retribuzioni orarie medie sono aumentate di due centesimi, portando la crescita annua al 3,2% dal 3,4%, contro attese del 3,5% e sul ritmo più lento da maggio 2021. Un mercato del lavoro in tensione non produce numeri simili.

Il prodotto interno lordo del secondo trimestre, diffuso dal BEA il 30 luglio, è cresciuto dell'1,5% annualizzato, sotto il 2,1% stimato dagli economisti interpellati da LSEG e sotto l'1,8% del sondaggio del Wall Street Journal, e in rallentamento dal 2,1% del primo trimestre. Dentro quel dato c'è però un consumo privato in netta accelerazione, +3,2% annualizzato contro +0,5% nei tre mesi precedenti: a frenare sono stati la spesa pubblica, in contrazione, e la decelerazione di investimenti ed esportazioni. La domanda delle famiglie americane, insomma, tiene ancora — e questo è precisamente ciò che rende difficile per la Fed dichiarare vinta la partita sui prezzi.

Germania: l'inflazione risale per decreto, non per domanda

Destatis ha confermato il 12 agosto che l'indice nazionale dei prezzi al consumo tedesco è salito del 2,8% annuo a luglio, dal 2,3% di giugno e dal 2,6% di maggio, con un balzo dello 0,8% sul solo mese; l'indice armonizzato europeo (HICP), che usa metodologia e panieri comuni per rendere confrontabili i paesi, segna anch'esso +2,8% annuo. La stima preliminare del 30 luglio aveva già indicato 2,8% contro attese del 2,7%.

L'accelerazione ha un'origine quasi interamente identificabile: i carburanti sono saliti del 23,0% su base annua dopo la fine, il 30 giugno 2026, dello sconto governativo. Il resto dell'energia domestica è invece in calo — elettricità -5,3%, gas -2,9% — mentre il gasolio da riscaldamento segna +34,7%; il totale dei prodotti energetici cresce dell'8,3%. Fuori dall'energia il quadro è mite: alimentari appena +0,4%, beni +2,5%, servizi +2,9%, inflazione di fondo al 2,4%. La Germania non ha un problema di domanda surriscaldata: ha un rincaro fiscale e petrolifero che passa dalla pompa di benzina.

Il ciclo economico, intanto, è meno debole di quanto si dicesse. Nel secondo trimestre il PIL è cresciuto dello 0,2% sul trimestre precedente, sopra il +0,1% atteso, dopo un primo trimestre rivisto al rialzo a +0,4%; sull'anno la crescita è dello 0,9%. Nella stessa occasione Destatis ha rivisto la storia recente: il 2024, prima stimato in contrazione dello 0,5%, risulta ora di stagnazione (0,0%). Le componenti restano squilibrate: esportazioni in aumento, consumi finali fiacchi, investimenti in calo.

L'industria dà segnali contrastanti. La produzione industriale di giugno è salita dello 0,2% sul mese, ma al netto di energia e costruzioni è rimasta invariata; gli ordinativi manifatturieri sono balzati del 3,1%, salvo scendere dello 0,5% una volta esclusi i grandi ordini: il rimbalzo è concentrato in poche commesse. Il commercio estero mostra esportazioni record — 139,3 miliardi di euro, +6,6% sull'anno — ma un avanzo in netta riduzione, da 19,1 a 15,4 miliardi, perché le importazioni crescono molto più in fretta (+8,4% sull'anno): è l'effetto meccanico di una bolletta energetica più cara, confermato dai prezzi all'import saliti del 6,1% annuo contro il 3,5% di quelli all'export.

Il mercato del lavoro tedesco resta il vero punto dolente. A luglio i disoccupati hanno superato i tre milioni (3,007 milioni, +71 mila sul mese e +28 mila sull'anno) e il tasso è salito di due decimi al 6,4%. L'Agenzia federale per il lavoro attribuisce l'aumento soprattutto alla stagionalità delle vacanze estive, ma segnala che la debolezza dei mesi scorsi prosegue: gli occupati sono diminuiti di 23 mila unità a giugno e i posti vacanti segnalati sono 653 mila. La Germania vale poco meno di un terzo del prodotto dell'area euro: quando la sua industria non riparte, la politica monetaria della BCE si trova a combattere un'inflazione importata in un'economia che non genera pressione interna sui prezzi.

Italia: l'inflazione scende, il potere d'acquisto pure

L'Istat ha diffuso il 12 agosto i dati definitivi di luglio: l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC) è salito dello 0,3% sul mese e del 2,9% sull'anno, dal 3,0% di giugno. È una revisione al rialzo rispetto alla stima preliminare del 2,8% del 31 luglio: un decimo che vale la pena notare, perché va nella direzione opposta a quella suggerita dal titolo "inflazione in calo". L'indice armonizzato IPCA segna -1,0% sul mese, per effetto dei saldi estivi che il NIC non contabilizza, e +2,9% sull'anno. L'indice FOI, usato per le rivalutazioni contrattuali e degli affitti, è a +2,8%.

Il rallentamento è tutto nelle componenti volatili: energetici non regolamentati dal +13,3% al +11,4%, alimentari non lavorati dal +4,4% al +3,6%, servizi vari dal +2,5% all'+1,8%. In direzione contraria si muovono gli energetici regolamentati — quelli a tariffa amministrata — che accelerano dal +9,2% al +14,8% con un balzo del 6,5% nel solo mese, i servizi di trasporto e quelli ricreativi e culturali. L'inflazione di fondo, al netto di energetici e alimentari freschi, resta ferma all'1,6%; i beni decelerano dal +3,3% al +3,2%, i servizi accelerano dal +2,6% al +2,7%. Il "carrello della spesa" rallenta dall'1,3% all'1,0%. L'inflazione acquisita per il 2026 — quella che si registrerebbe se i prezzi restassero fermi fino a dicembre — è del 2,7% per l'indice generale e dell'1,8% per la componente di fondo.

Nei contributi per divisione di spesa il peso maggiore viene da abitazione, acqua, elettricità e combustibili (0,878 punti percentuali) e dai trasporti (0,650): insieme, oltre la metà dell'inflazione italiana. È la stessa storia dell'energia, vista dal lato delle bollette e del pieno di benzina.

La conseguenza sull'economia reale è il dato più importante della settimana italiana, arrivato il 29 luglio. Nel secondo trimestre le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,5% (+2,3% nel settore privato, +2,7% nella pubblica amministrazione) contro un'inflazione del 3,0%: dopo dieci trimestri consecutivi di crescita superiore ai prezzi, il potere d'acquisto torna ad arretrare. A fine giugno erano in vigore per la parte economica 50 contratti nazionali, che coprono il 69,9% dei dipendenti, e circa 3,9 milioni di lavoratori attendevano il rinnovo: una quota rilevante di salari è, per definizione, ferma mentre i prezzi salgono.

Il resto dei dati italiani descrive un'economia che cresce poco ma non arretra. Il PIL del secondo trimestre, stima preliminare del 30 luglio, è salito dello 0,2% sul trimestre e dell'1,0% sull'anno, sopra il consenso (+0,1% e +0,7%) ma in lieve rallentamento dal +0,3% del primo; la crescita acquisita per il 2026 sale allo 0,8%. Dentro il dato, servizi in aumento contro un calo di agricoltura e industria, con contributo positivo della domanda nazionale e negativo di quella estera netta. Coerentemente, la produzione industriale di giugno è scesa dell'1,0% sul mese e dello 0,6% sull'anno corretto per i giorni lavorativi, pur restando la media del secondo trimestre in crescita dello 0,4% sul primo. Le vendite al dettaglio di giugno sono calate dello 0,1%, ma sull'anno crescono del 3,1% in valore e dell'1,9% in volume — le famiglie comprano ancora un po' più merce, non solo merce più cara. La fiducia è migliorata a luglio sia fra i consumatori (da 92,4 a 94,2) sia fra le imprese (da 95,3 a 95,6).

Il mercato del lavoro è invece peggiorato bruscamente. A giugno gli occupati sono rimasti stabili a 24,3 milioni e il tasso di occupazione fermo al 62,9%, ma i disoccupati sono aumentati di 97 mila unità (+7,2%) e il tasso di disoccupazione è salito di quattro decimi al 5,7%, con quello giovanile al 18,4%. Il movimento è in buona parte contabile — gli inattivi fra 15 e 64 anni sono scesi di 103 mila unità, cioè persone tornate a cercare lavoro e quindi passate da inattive a disoccupate — ma resta il fatto che l'occupazione ha smesso di crescere: sull'anno il saldo è ancora positivo per 131 mila unità (+0,5%).

Il confronto va fatto sulle stesse unità di misura

Il modo più comune di sbagliare questo confronto è mettere in fila "Stati Uniti +1,5%, Germania +0,2%, Italia +0,2%" e concludere che l'America cresce sette volte più dell'Europa. Non è così: il BEA pubblica il PIL trimestrale annualizzato, cioè il ritmo che si otterrebbe se quel trimestre si ripetesse per un anno intero, mentre Destatis, Istat ed Eurostat pubblicano la variazione sul trimestre precedente. Riportato sulla stessa base, il secondo trimestre americano vale +0,4%, contro +0,2% di Germania e Italia e +0,4% dell'area euro. Il divario esiste, ma è di due decimi di punto, non di un ordine di grandezza.

Grafico a barre del PIL del secondo trimestre 2026: variazione sul trimestre precedente pari a 0,4% per gli Stati Uniti, 0,2% per Germania e Italia, 0,4% per l'area euro; variazione sull'anno pari a 2,1%, 0,9% e 1,0%.
Sul trimestre gli Stati Uniti crescono il doppio dell'Europa; sull'anno più del doppio. Il +1,5% comunicato dal BEA è annualizzato e non va confrontato direttamente con i dati europei. — Elaborazione Hub Finanza su dati BEA, Destatis, Istat ed Eurostat.

Sul dato annuo la distanza è invece reale: +2,1% negli Stati Uniti contro +1,0% in Italia e +0,9% in Germania. Ma la differenza strutturale conta più del numero. Negli Stati Uniti l'inflazione è la più alta delle tre (3,4%), è quasi tutta energia e la domanda interna è forte: il rischio è che lo shock si trasmetta ai salari e diventi permanente. In Germania è la più bassa (2,8%) e nasce dalla fine di un sussidio, quindi uscirà da sola dal confronto annuo fra dodici mesi, ma arriva su un'economia con tre milioni di disoccupati e un'industria ferma. In Italia l'inflazione di fondo è la più bassa in assoluto (1,6% contro 2,4% tedesco e 2,5% statunitense, con definizioni non identiche: l'Istat esclude energia e alimentari freschi, BLS e Destatis tutti gli alimentari), segno che la pressione non nasce dalla domanda interna; ma i salari contrattuali crescono meno dei prezzi, e questo comprime i consumi proprio mentre il PIL è già a +0,2% per trimestre.

La stessa variazione dell'indice, insomma, ha significati opposti: un decimo di inflazione in più negli Stati Uniti è un problema di politica monetaria, un decimo in più in Italia è un problema di potere d'acquisto delle famiglie.

PaeseIndicatoreAttualePrecedenteConsensusFonte, data
Stati UnitiCPI, var. annua (luglio)+3,4%+3,5%+3,4%BLS, 12 ago
Stati UnitiCPI core, var. annua (luglio)+2,5%+2,6%n.d.BLS, 12 ago
Stati UnitiPCE core, var. annua (giugno)+3,3%+3,4%n.d.BEA, 31 lug
Stati UnitiOccupati non agricoli (luglio)−23.000+20.000 (rivisto da +57.000)+83/+95.000BLS, 7 ago
Stati UnitiSalari orari, var. annua (luglio)+3,2%+3,4%+3,5%BLS, 7 ago
Stati UnitiPIL T2, annualizzato+1,5%+2,1%+2,1% (LSEG)BEA, 30 lug
GermaniaCPI, var. annua (luglio)+2,8%+2,3%+2,7%Destatis, 12 ago
GermaniaInflazione di fondo (luglio)+2,4%n.d.n.d.Destatis, 12 ago
GermaniaPIL T2, sul trimestre+0,2%+0,4% (rivisto da +0,3%)+0,1%Destatis, 30 lug
GermaniaDisoccupati (luglio)3,007 mln2,936 mlnn.d.Ag. fed. lavoro, 31 lug
ItaliaNIC, var. annua (luglio)+2,9%+3,0%+2,8% (prelim.)Istat, 12 ago
ItaliaInflazione di fondo (luglio)+1,6%+1,6%n.d.Istat, 12 ago
ItaliaPIL T2, sul trimestre+0,2%+0,3%+0,1%Istat, 30 lug
ItaliaDisoccupazione (giugno)5,7%5,3%n.d.Istat, 30 lug
Area euroHICP, var. annua (luglio)+2,9%+2,8%n.d.Eurostat, 31 lug
Area euroPIL T2, sul trimestre+0,4%n.d.n.d.Eurostat, 30 lug

Fed e BCE: stesso problema, vincoli opposti

Quello che è stato deciso. Il 29 luglio il FOMC ha lasciato il tasso sui federal funds fra 3,50% e 3,75% con un voto di 9 contro 3: Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan avrebbero preferito un rialzo di 25 punti base. Il comunicato descrive un'attività in espansione solida, un'incertezza elevata legata anche al conflitto in Medio Oriente e un'inflazione ancora sopra l'obiettivo del 2%. La BCE l'11 giugno aveva alzato di 25 punti base i tre tassi di riferimento — primo rialzo dal 2023 — portando il tasso sui depositi al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sui rifinanziamenti marginali al 2,65%, motivandolo con le pressioni inflazionistiche del conflitto; il 23 luglio ha lasciato tutto invariato all'unanimità. Nelle proiezioni di giugno l'Eurosistema stima un'inflazione al 3,0% nel 2026, 2,3% nel 2027 e 2,0% nel 2028, con crescita allo 0,8% quest'anno. Christine Lagarde ha indicato che l'impatto inflazionistico dello shock energetico non si è ancora dispiegato per intero e che il Consiglio direttivo sorveglia intensità, durata ed effetti di secondo impatto, mentre l'inflazione di fondo resta contenuta e le attese salariali moderate.

Quello che il mercato prezza. Le probabilità implicite di un rialzo della Fed alla riunione del 15-16 settembre erano vicine alla parità prima del CPI. Dopo il dato le rilevazioni divergono: secondo lo strumento FedWatch del CME, riferisce CNBC, la probabilità è scesa al 42%, mentre Reuters, citando i futures sui federal funds, la indica stabile al 55%. Il messaggio è comunque lo stesso — settembre è una moneta lanciata in aria — ed è un'anomalia che l'incertezza riguardi la direzione di un rialzo e non di un taglio. Le proiezioni dei funzionari della Fed per fine anno oscillano fra 3,6% e 4,1%. La BCE decide il 10 settembre, con le nuove proiezioni.

Quello che è analisi. I dati della settimana rendono più difficile un rialzo della Fed a settembre: inflazione in linea con le attese, salari al ritmo più lento da cinque anni e 103 mila posti cancellati dalle revisioni non sono la combinazione che spinge una banca centrale a stringere. In senso opposto pesano il PCE di fondo al 3,3%, la domanda delle famiglie in accelerazione e il petrolio ai massimi da metà giugno. Per la BCE il problema è simmetrico ma con vincoli opposti: l'inflazione dell'area sale al 2,9% quasi solo per l'energia, il fondo italiano all'1,6% dice che la pressione interna è debolissima e la Germania ha tre milioni di disoccupati. Alzare ancora significherebbe rispondere con la politica monetaria a un rincaro che la politica monetaria non può ridurre. Nessuna delle due decisioni è però presa: dipenderà dalle proiezioni di settembre e dalla durata dello shock.

Cosa hanno fatto davvero i mercati

Sul mercato obbligazionario i rendimenti sono scesi. Il biennale statunitense, il titolo più sensibile alle attese sui tassi a breve, ha chiuso il 12 agosto al 4,20% dal 4,22% del giorno prima e dal 4,25% del 10 agosto; il decennale al 4,68% da 4,70% e 4,72%. Nell'immediato dopo il dato, riferisce Reuters, il biennale aveva ceduto 4,2 punti base e il decennale 3,2. La curva 2-10 anni resta positiva di circa 48 punti base.

Grafico a linee dei rendimenti dei Treasury a 2 e 10 anni dal 2 gennaio al 12 agosto 2026: il biennale sale dal 3,47% al 4,20%, il decennale dal 4,19% al 4,68%, con lieve calo nell'ultima settimana.
Il 2026 è stato un anno di rialzo dei rendimenti: il biennale ha guadagnato oltre settanta punti base da gennaio. Il ripiegamento dopo i dati sul lavoro e sull'inflazione è di pochi punti base e non inverte la tendenza. — Elaborazione Hub Finanza su dati U.S. Department of the Treasury.

Il movimento della settimana è però piccolo rispetto al percorso dell'anno: il biennale era al 3,47% il 2 gennaio e il decennale al 4,19%. Il mercato ha ripreziato i tassi al rialzo per tutto il 2026 e ne ha tolto qualche punto base solo dopo i due dati di agosto; attribuire l'intero calo al CPI sarebbe scorretto, anche perché nella stessa giornata pesava l'incertezza sullo Stretto di Hormuz.

Sull'azionario la reazione è stata modesta e divergente fra le due sponde dell'Atlantico. Wall Street ha chiuso il 12 agosto in rialzo contenuto — S&P 500 +0,30%, Nasdaq +0,59%, Dow Jones +0,11% — con il contributo di alcune trimestrali tecnologiche, mentre le borse europee hanno chiuso in prevalenza negative, con il FTSE Mib invariato (-0,01%). Il cambio euro/dollaro è rimasto fermo: il tasso di riferimento BCE del 12 agosto è 1,1545, contro 1,1540 dell'11. Sui titoli di Stato europei giornata senza scosse, con il BTP decennale al 3,94%, il Bund al 3,15% e lo spread a 78 punti base da 79.

La lettura corretta è che il mercato aveva già scontato il dato: un CPI perfettamente in linea con il consenso non sposta i prezzi. A spostarli era stato semmai il rapporto sull'occupazione del 7 agosto.

Tre scenari, e i dati che li smentiscono

I dati di questa settimana non identificano un percorso unico. Se ne possono descrivere tre, con l'indicazione di che cosa li confermerebbe o li smentirebbe: sono scenari, non previsioni.

Scenario di base. Lo shock energetico resta un fenomeno di prezzi relativi: l'inflazione complessiva rimane sopra il 3% negli Stati Uniti e fra il 2,5% e il 3% nell'area euro fino a fine anno, poi rientra man mano che il confronto con i mesi caldi del 2026 diventa favorevole, e le due banche centrali restano ferme. Lo confermerebbero un'inflazione di fondo stabile, salari in ulteriore rallentamento e un Brent che non supera stabilmente i cento dollari; lo smentirebbe un PCE di fondo sopra il 3,5% o un'accelerazione delle retribuzioni americane.

Scenario inflazionistico. Lo Stretto di Hormuz resta poco praticabile, il barile si stabilizza sopra i cento dollari e lo shock entra nei prezzi dei servizi e nei rinnovi contrattuali. È la preoccupazione dei tre dissenzienti del FOMC e quella contro cui Lagarde ha messo in guardia parlando di effetti di secondo impatto. Lo confermerebbero servizi in accelerazione su entrambe le sponde, aspettative di inflazione a medio termine in salita e rinnovi contrattuali europei più generosi; lo smentirebbe un accordo credibile sul transito nello Stretto.

Scenario di rallentamento. Il mercato del lavoro americano continua a deteriorarsi, i consumi seguono con qualche mese di ritardo e l'Europa, già ferma, scivola in stagnazione dietro all'industria tedesca. Il dibattito passerebbe dal rialzo al taglio in pochi mesi. Lo confermerebbero altri due rapporti sull'occupazione negativi, richieste di sussidio in netta salita dai livelli attuali (199 mila nella settimana conclusa il 1° agosto, tuttora bassi) e vendite al dettaglio in contrazione; lo smentirebbe la tenuta dei consumi americani, cresciuti del 3,2% annualizzato nel secondo trimestre.

Le date da segnare

Il calendario è fitto. Giovedì 13 agosto escono i prezzi alla produzione statunitensi di luglio, primo indizio su quanto dello shock stia risalendo la catena, e venerdì 14 le vendite al dettaglio americane. Il 19 agosto Eurostat pubblica il dato armonizzato completo dell'area euro con il dettaglio per paese, il 25 agosto Destatis le componenti del PIL tedesco, il 26 agosto il BEA il deflatore PCE di luglio — il numero che la Fed guarda davvero. Il 1° settembre l'Istat diffonde la stima preliminare dei prezzi italiani di agosto, che incorporerà per intero il rincaro del greggio della prima decade del mese. Poi le due decisioni: BCE il 10 settembre, FOMC il 15 e 16 settembre, entrambe con proiezioni aggiornate.

La variabile che conta più di tutte, però, non è statistica: è il negoziato sullo Stretto di Hormuz. Finché resta aperto, ogni proiezione su inflazione e tassi è condizionata a un prezzo del petrolio che quest'anno si è già mosso fra 62 e 138 dollari. È questa la lezione dei dati di luglio: non tre economie con problemi diversi, ma tre economie che assorbono lo stesso problema con mercati del lavoro e strutture di prezzo diversi — e banche centrali che di quel problema possono governare solo gli effetti di secondo giro.

Fonti

Indice dei prezzi al consumo statunitense di luglio 2026 dal Bureau of Labor Statistics (comunicato del 12 agosto 2026); serie di dettaglio scaricate dall'API pubblica dello stesso BLS e dal database FRED della Federal Reserve Bank of St. Louis (CPIAUCSL, CPILFESL, CUUR0000SA0E, CUUR0000SACL1E, CUUR0000SASLE, CUUR0000SAF1, CUUR0000SAH1). Rapporto sull'occupazione di luglio 2026 e revisioni di maggio e giugno dal BLS (7 agosto 2026), ripresi da CNBC, NBC News e Yahoo Finance. Prodotto interno lordo del secondo trimestre 2026 e deflatore PCE dal Bureau of Economic Analysis (stima anticipata del 30 luglio 2026; serie GDPC1, PCEPILFE, PCEPI). Prezzi al consumo tedeschi di luglio 2026 dal comunicato Destatis PE26_283_611 del 12 agosto 2026; PIL del secondo trimestre da Destatis PE26_269_811 del 30 luglio 2026; produzione industriale, ordinativi e commercio estero di giugno dai comunicati Destatis PE26_279_421, PE26_276_421 e PE26_278_51 (agosto 2026). Mercato del lavoro tedesco dal comunicato della Bundesagentur für Arbeit n. 30 del 31 luglio 2026. Prezzi al consumo italiani definitivi di luglio 2026, PIL del secondo trimestre, occupati e disoccupati di giugno, produzione industriale, vendite al dettaglio, fiducia e retribuzioni contrattuali dai comunicati Istat del 29, 30 e 31 luglio e del 4, 7 e 12 agosto 2026. Inflazione e PIL dell'area euro dalle stime rapide Eurostat 2-31072026-AP e 2-30072026-AP. Decisioni di politica monetaria e proiezioni dal comunicato BCE dell'11 giugno 2026, dalla dichiarazione di politica monetaria del 23 luglio 2026 e dal comunicato del Federal Open Market Committee del 29 luglio 2026. Prezzo del Brent dalla U.S. Energy Information Administration (Europe Brent Spot Price FOB). Rendimenti dei titoli di Stato statunitensi dai Daily Treasury Par Yield Curve Rates del Dipartimento del Tesoro. Cambio euro/dollaro dal tasso di riferimento BCE del 12 agosto 2026. Rendimenti di BTP e Bund, spread e chiusure azionarie europee del 12 agosto 2026 da Il Sole 24 Ore; chiusure di Wall Street del 12 agosto 2026 da Yahoo Finance. Probabilità implicite sui tassi Fed dallo strumento CME FedWatch ripreso da CNBC e dai futures sui federal funds citati da Reuters: le due rilevazioni divergono e sono riportate entrambe. Cronaca del negoziato sullo Stretto di Hormuz da CNBC e Al Jazeera (giugno-agosto 2026). Le conversioni del PIL statunitense da base annualizzata a base congiunturale, i tassi tendenziali calcolati sugli indici e le medie dei prezzi del Brent sono elaborazioni della redazione sulle serie ufficiali citate.

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria, ricerca in materia di investimenti, sollecitazione al pubblico risparmio né raccomandazione personalizzata di acquisto o vendita. Le valutazioni espresse sono opinioni della redazione basate su dati pubblici alla data di pubblicazione e possono cambiare senza preavviso. Il valore degli investimenti può diminuire oltre che aumentare e i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. Prima di qualsiasi decisione di investimento è opportuno rivolgersi a un consulente finanziario abilitato e valutare la coerenza dell'operazione con i propri obiettivi, orizzonte temporale e tolleranza al rischio.