A fine giugno 2026 il patrimonio investito negli ETF di tutto il mondo ha raggiunto 23.090 miliardi di dollari: erano 19.840 alla chiusura del 2025, una crescita del 16,3% in sei mesi. Nel semestre la raccolta netta è stata di 1.330 miliardi, il massimo mai registrato, e giugno 2026 è stato l'ottantacinquesimo mese consecutivo chiuso con flussi in entrata (dati ETFGI).

Dietro una sigla di tre lettere c'è lo strumento che ha cambiato il modo di costruire un portafoglio. Vale la pena capire il meccanismo che lo tiene in piedi, quanto costa davvero, come viene tassato in Italia e in quali versioni smette di essere affidabile.

Che cos'è un ETF

Un Exchange Traded Fund è un fondo comune con una particolarità decisiva: le sue quote sono quotate in Borsa e si scambiano durante la seduta come un'azione, mentre un fondo tradizionale si sottoscrive e si rimborsa una volta al giorno al valore di chiusura.

Il patrimonio è un paniere di titoli custodito da una banca depositaria e separato da quello della società che lo gestisce: se l'emittente fallisce, i titoli restano dei sottoscrittori. La distinzione conta rispetto a ETN ed ETC, che sono titoli di debito e portano il rischio di credito di chi li emette.

La grande maggioranza degli ETF è indicizzata: non prova a battere il mercato, prova a copiarlo. Il gestore non sceglie i titoli, li replica secondo le regole pubbliche dell'indice, ed è questa assenza di discrezionalità a renderlo economico.

Il meccanismo che quasi nessuno spiega: creazione e rimborso

Chi garantisce che il prezzo di Borsa resti vicino al valore dei titoli in pancia al fondo? Accanto all'emittente operano gli authorized participant: quando la domanda spinge il prezzo sopra il valore del paniere sottostante (il NAV), consegnano all'emittente i titoli e ricevono quote di nuova emissione da rivendere; quando il prezzo scende sotto il NAV fanno il percorso inverso.

Questo arbitraggio quotidiano tiene il prezzo ancorato al patrimonio e rende elastico il numero di quote in circolazione. È anche la ragione per cui la liquidità di un ETF non si misura dai volumi sul book, ma da quella dei titoli sottostanti. Il costo del servizio si legge nello spread denaro-lettera: pochi centesimi di punto su un ETF globale molto scambiato, molto di più su un prodotto di nicchia.

Quanto è grande il fenomeno, in tre cifre

Mercato (30 giugno 2026)PatrimonioRaccolta netta 2026Prodotti
Mondo23.090 miliardi di dollari1.330 miliardi di dollari17.404 ETF
Europa3.740 miliardi di dollari265,65 miliardi di dollari3.902 prodotti
Italia (ETFplus)221,6 miliardi di euro2.419 strumenti

In Italia il patrimonio in ETF, ETC ed ETN quotati su ETFplus è passato dai 187,3 miliardi di euro di fine 2025 ai 221,6 di fine giugno 2026, il 18,3% in più; i controvalori scambiati sono cresciuti del 60,4% sul primo semestre 2025 e le operazioni del 72,9%, la progressione più marcata fra i comparti di Borsa Italiana. L'asset class principale resta l'azionario dei mercati sviluppati, con 104,6 miliardi, davanti all'obbligazionario con 68.

Attivo contro passivo: cosa dicono davvero i dati

La promessa della gestione attiva è semplice: pago un gestore perché batta l'indice. La verifica esiste, si chiama SPIVA (S&P Indices Versus Active) e S&P Dow Jones Indices la pubblica due volte l'anno — negli Stati Uniti dal 2002, in Europa dal 2014 — correggendo per il survivorship bias: conta anche i fondi chiusi o fusi lungo il periodo, spariti di solito proprio perché andavano male.

Grafico: quota di fondi attivi che fa peggio dell'indice a 1, 5 e 10 anni
La quota di gestori sotto l'indice cresce con l'orizzonte. — Grafico Hub Finanza su dati S&P Dow Jones Indices, SPIVA Europe Scorecard.

I risultati europei sono impietosi. Nello scorecard SPIVA Europe di metà 2025, sui fondi azionari Europa denominati in euro confrontati con l'S&P Europe 350, la quota rimasta sotto il benchmark saliva dal 71,98% a un anno all'89,57% a tre anni, al 91,78% a cinque e al 94,48% a dieci. Nello stesso scorecard, a dieci anni il 98,22% dei fondi azionari globali denominati in euro e il 97,21% di quelli azionari USA in euro non hanno battuto il proprio indice.

Negli Stati Uniti, secondo lo SPIVA U.S. Scorecard del marzo 2026, il 79% dei fondi attivi azionari a grande capitalizzazione ha fatto peggio dell'S&P 500 nel 2025, contro il 65% del 2024: il quarto anno peggiore nei venticinque anni di storia della rilevazione. Sulle piccole capitalizzazioni la quota rimasta sotto il benchmark è invece salita dal 29,7% del 2024 al 41% del 2025, pur restando l'unico dei tre comparti per capitalizzazione in cui la maggioranza dei gestori ha battuto l'indice: sulle medie la quota sotto il benchmark è del 55%, sulle grandi del 79%. La ragione indicata da S&P non è però la minore efficienza del segmento. Nel 2025 l'S&P 500 ha superato l'S&P SmallCap 600 di circa 12 punti percentuali — terzo anno consecutivo di vantaggio delle grandi società — e un divario così ampio consente ai gestori small cap di spostarsi verso l'alto della capitalizzazione e guadagnare terreno sul proprio benchmark: è un effetto di deriva di stile, non una prova di abilità nella selezione dei titoli. Sugli orizzonti lunghi, del resto, il quadro si ricompone: a quindici anni non esiste una sola delle 22 categorie azionarie statunitensi monitorate da SPIVA in cui la maggioranza dei gestori abbia battuto il proprio indice.

Il costo è l'unica variabile che conosci in anticipo

Il rendimento futuro non si conosce. Il costo sì: per questo il TER (total expense ratio) è la prima voce da guardare in una scheda prodotto. Secondo justETF, al 28 luglio 2026 i 32 ETF UCITS che replicano l'MSCI World avevano TER fra lo 0,05% e lo 0,50% annuo: il maggiore della categoria, con circa 124,5 miliardi di euro di patrimonio, costa lo 0,20%, mentre altri prodotti sullo stesso indice si fermano allo 0,12% e i più economici scendono fino allo 0,05%.

Sul fronte opposto, la European Fund Fee Study di Morningstar colloca l'Italia fra i mercati più cari del continente per i fondi attivi: nel Regno Unito e in Svizzera la media resta sotto lo 0,9% annuo, in Italia è quasi il doppio. La tendenza è però discendente: lo studio annuale di Morningstar sulle commissioni statunitensi, pubblicato nel 2026, misura per il 2025 un costo medio ponderato dello 0,32%, con i prodotti passivi allo 0,10% e i fondi azionari attivi allo 0,58%. Ed è un movimento guidato dai flussi: il quintile più economico ha raccolto 694 miliardi di dollari, l'80% restante ne ha persi 244.

Grafico: impatto dei costi (TER) sul valore di un investimento in 20 anni
Un punto e mezzo di commissione non si vede in un anno: si vede in venti. — Elaborazione Hub Finanza.

Un esempio rende l'idea. Ipotizziamo 10.000 euro con un rendimento lordo del 6% annuo — un'ipotesi di lavoro, non una previsione — e due strutture di costo coerenti con i dati citati: lo 0,20% di un ETF globale e l'1,70% di un fondo attivo distribuito in Italia.

Capitale finale su 10.000 euro, rendimento lordo 6%Costo 0,20%Costo 1,70%Differenza
Dopo 20 anni30.883 euro23.211 euro7.672 euro
Dopo 30 anni54.271 euro35.361 euro18.910 euro

Non è un dato di mercato, è aritmetica: su vent'anni la differenza vale circa il 77% del capitale iniziale, su trenta quasi il doppio. Su un piano di accumulo da 200 euro al mese per vent'anni si arriva a circa 88.700 euro contro 75.200, a fronte di 48.000 euro versati.

Le scelte tecniche che cambiano il risultato

Un ETF a replica fisica compra davvero i titoli dell'indice. Uno a replica sintetica detiene un paniere di garanzia e sottoscrive uno swap con banche che si impegnano a consegnare il rendimento dell'indice: la normativa UCITS limita l'esposizione verso la singola controparte in derivati OTC al 5% del patrimonio, elevato al 10% quando la controparte è un ente creditizio vigilato — il caso tipico degli swap bancari. Riduce lo scostamento dall'indice, ma aggiunge un rischio di controparte e meno trasparenza, perché il collaterale non coincide con i titoli replicati.

Un ETF ad accumulazione reinveste dividendi e cedole, uno a distribuzione li paga sul conto: in Italia sull'accumulazione l'imposta si paga solo alla vendita, sulla distribuzione a ogni stacco. Conta poi la valuta dei sottostanti, non quella di quotazione: un ETF sull'MSCI World comprato in euro resta esposto al dollaro per la quota americana dell'indice, il 72,45% al 30 giugno 2026. Infine il domicilio: gli ETF UCITS irlandesi scontano una ritenuta ridotta sui dividendi statunitensi, e questo alza il rendimento netto sugli indici a forte peso USA.

Il TER, infine, non esaurisce il conto: la qualità della replica si misura con la tracking difference, la distanza effettiva fra rendimento dell'ETF e dell'indice, che può superare il TER per costi di transazione e ritenute sui dividendi o restarne sotto grazie al prestito titoli. Va letta insieme al patrimonio del fondo: un prodotto molto piccolo rischia la chiusura, con un realizzo fiscale non scelto.

La fiscalità italiana: l'asimmetria che pochi conoscono

Gli ETF armonizzati — conformi alla direttiva UCITS, la quasi totalità di quelli su ETFplus — scontano un'imposta sostitutiva del 26% su plusvalenze e proventi, che scende al 12,5% sulla quota in titoli di Stato italiani ed equiparati white list. Gli ETF non armonizzati, tipicamente di diritto statunitense, seguono invece l'IRPEF con aliquote dal 23% al 43%.

Il punto delicato è un altro. In Italia le plusvalenze su un ETF sono redditi di capitale, le minusvalenze sono redditi diversi, e le due categorie non si compensano fra loro. Chi chiude in perdita un ETF e in guadagno un altro paga quindi il 26% pieno sul guadagno e si porta la perdita in un credito fiscale — lo zainetto — utilizzabile per quattro anni, ma solo contro redditi diversi come le plusvalenze su azioni o obbligazioni. È un'asimmetria che penalizza chi costruisce un portafoglio interamente in ETF.

Chi opera con un intermediario italiano in regime amministrato riceve gli importi già al netto; con un broker estero si è in regime dichiarativo, con imposta da liquidare in dichiarazione e attività estere nel quadro RW.

Dove gli ETF smettono di essere noiosi

  • Tematici e settoriali. Concentrano il portafoglio su un'idea e arrivano sul mercato quando il tema è già popolare, cioè già caro. Il bilancio tracciato da Morningstar nel Global Thematic Fund Landscape è severo: su quindici anni solo circa un fondo tematico su dieci è sopravvissuto e ha battuto l'indice azionario globale.
  • A leva e inversi. Moltiplicano il movimento giornaliero dell'indice, non quello del periodo: la leva viene ripristinata ogni sera e in un mercato laterale e volatile il valore erode anche se l'indice torna al punto di partenza. Sono strumenti tattici, non di accumulo.
  • La concentrazione dell'indice. Un ETF globale è diversificato quanto il suo indice, non di più: con il 72,45% dell'MSCI World in titoli statunitensi al 30 giugno 2026, chi compra «il mondo» compra soprattutto Wall Street.

Cosa guardare nei prossimi mesi

La prima è la crescita degli ETF attivi, che a fine giugno 2026 valevano 2.560 miliardi di dollari nel mondo con una raccolta record di 500,88 miliardi da inizio anno: un ibrido da giudicare con gli stessi criteri di SPIVA, al netto dei costi e correggendo per i fondi chiusi.

La seconda è la concentrazione degli indici globali: finché il peso statunitense nell'MSCI World resta sopra il 70%, la diversificazione dei panieri mondiali è meno ampia di quanto suggerisca il nome. Non è una ragione per evitarli, ma per sapere che cosa si possiede — che poi è l'unica competenza davvero necessaria per usare bene questo strumento.


Fonti: ETFGI, comunicati sul settore ETF globale ed europeo a fine giugno 2026; AMF Italia, rapporto semestrale sul mercato ETFplus del 17 luglio 2026, ripreso da ETFWorld; S&P Dow Jones Indices, SPIVA Europe Mid-Year 2025 Scorecard (dati al 30 giugno 2025), SPIVA U.S. Scorecard year-end 2025 (marzo 2026) e year-end 2024; Morningstar, Annual US Fund Fee Study 2026, European Fund Fee Study e Global Thematic Fund Landscape; justETF (28 luglio 2026); MSCI, scheda dell'MSCI World Index al 30 giugno 2026; Fiscomania per la fiscalità italiana 2026. Le simulazioni sul capitale finale sono elaborazioni Hub Finanza su ipotesi dichiarate nel testo, a fini illustrativi: non rappresentano rendimenti attesi né promessi.

Disclaimer: le informazioni fornite in questo articolo sono a scopo puramente informativo ed educativo e non costituiscono consulenza finanziaria personalizzata né raccomandazione di investimento. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. Si raccomanda di consultare un professionista qualificato prima di prendere qualsiasi decisione di investimento.