La transizione energetica del 2026 si racconta con due numeri che sembrano contraddirsi. Il mondo investe nell'energia pulita quasi il doppio rispetto ai fossili. Eppure i grandi gruppi petroliferi quotati fanno l'esatto contrario: tagliano sulle rinnovabili, svalutano i portafogli verdi e tornano a petrolio e gas.

Nel 2026 si è aggiunto un terzo elemento che nessun piano industriale aveva messo in conto: la crisi dello Stretto di Hormuz. Il 23 aprile 2026 il direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) Fatih Birol ha parlato della più grande minaccia alla sicurezza energetica mai affrontata: circa 13 milioni di barili al giorno sottratti al mercato, contro i circa 5 milioni degli shock del 1973 e del 1979.

Il quadro d'insieme: 3.400 miliardi di dollari, e chi se li prende

Il rapporto World Energy Investment 2026, presentato dalla IEA il 28 maggio 2026, stima investimenti globali in energia per circa 3.400 miliardi di dollari, in leggera crescita sul 2025 (quando la stessa IEA indicava circa 3.300 miliardi): un aumento di circa il 3%, che la IEA non quantifica in percentuale. Di questi, circa 2.200 miliardi vanno a rinnovabili, nucleare, reti, accumuli, combustibili a basse emissioni, efficienza ed elettrificazione, e circa 1.200 miliardi a petrolio, gas e carbone.

Grafico: investimenti globali in energia 2026, pulito vs fossile (dati IEA)
Il rapporto di due a uno regge, ma il denominatore fossile è tornato a salire. — Grafico Hub Finanza su IEA, «World Energy Investment 2026» (28/05/2026).
VoceStima 2026 (miliardi di dollari)
Totale energiacirca 3.400
Solare fotovoltaico365
Rinnovabili (totale)665
Reti elettrichecirca 550
Accumuli a batteriaoltre 100
Nucleareoltre 80
Petrolio (attività estrattiva)meno di 500
Gas naturalecirca 330
Carbonecirca 180

Nel 2015 l'energia pulita valeva circa il 44% della spesa energetica mondiale, nel 2025 circa due terzi. La sola fornitura elettrica con le sue infrastrutture vale circa 1.600 miliardi nel 2026, 2.000 con l'elettrificazione dei consumi finali.

Il 2026 non è il 2025: la sicurezza energetica cambia le carte

Nel titolo «il pulito raddoppia il fossile» si perde un dettaglio. Nel 2025 la IEA stimava 3.300 miliardi totali, con 2.200 al pulito e 1.100 al fossile. Nel 2026 il pulito resta sui 2.200 e il fossile sale a circa 1.200, quindi a crescere in valore assoluto è il fossile. Non per un ripensamento ideologico, ma per la sicurezza degli approvvigionamenti.

Lo shock di offerta è senza precedenti: secondo i dati IEA ripresi da Fortune il 23 aprile 2026 il transito nello Stretto era sceso a 3-5 petroliere al giorno contro le 129 di media prima del conflitto, con bonifica dalle mine stimata fino a sei mesi. Il 29 luglio 2026 il Brent quotava circa 89,5 dollari al barile (+22,7% nel solo mese di luglio, +23,5% da inizio anno) e il future TTF di Amsterdam apriva a 58,82 euro per megawattora. Nel settembre 2025 Wood Mackenzie costruiva i budget 2026 delle petrolifere su un Brent medio poco sotto i 60 dollari.

La sicurezza spinge così il capitale in due direzioni opposte insieme. Verso il fossile non petrolifero: il gas sale di oltre il 10% a circa 330 miliardi, massimo in dieci anni, con la spesa in GNL più che raddoppiata, e il carbone tocca i 180 miliardi, massimo dal 2012, con la Cina a circa il 70%. E verso l'elettrico, perché sole, vento e nucleare non passano da uno stretto che può essere minato: nel 2025 pulito ed efficienza hanno evitato ai Paesi importatori circa 260 miliardi di importazioni fossili.

L'unica voce fossile in calo è il petrolio estrattivo, sotto i 500 miliardi per il terzo anno consecutivo: il greggio sale di prezzo, ma nessuno impegna capitale ventennale su un barile il cui valore dipende da un blocco navale.

Perché le major frenano sul verde: la matematica dei rendimenti

Se il capitale mondiale premia l'elettrificazione, perché le major vanno in direzione opposta? La risposta sta nel rapporto fra rendimenti attesi e costo del capitale. Wood Mackenzie, il 3 marzo 2025, quantificava così la divaricazione: i progetti estrattivi non ancora approvati offrono rendimenti a doppia cifra, mentre solare ed eolico onshore restano su ritorni «comparativamente modesti». Le major europee, che nel 2024 destinavano al basso carbonio il 30% degli investimenti, si riposizionano sul 15-20%.

Non è che il solare non guadagni: guadagna in modo diverso. Un parco fotovoltaico con contratto ventennale assomiglia a un'obbligazione — flussi stabili, rendimento contenuto, forte sensibilità ai tassi; un giacimento assomiglia a un'opzione sul prezzo del barile. Le utility, che si finanziano a costi del debito più bassi, sono più adatte al primo modello. La ritirata delle major non dice che la transizione non funziona: dice che quelle imprese non sono il veicolo giusto per finanziarla.

SocietàInvestimenti annunciatiImpegno sul basso carbonio
BP13-15 miliardi l'anno fino al 2027, di cui circa 10 in petrolio e gas1,5-2 miliardi l'anno, circa 5 in meno della guidance precedente
Shell24-26 miliardi di cassa nel 2026, di cui circa 4 per ARC Resourcesfino al 10% del capitale impiegato a basse emissioni entro il 2030

Il caso BP è il più netto. Dopo il «reset» del febbraio 2025 — con l'ammissione dell'allora amministratore delegato Murray Auchincloss di essere andata «troppo lontano, troppo in fretta» — il gruppo ha alzato l'obiettivo di produzione 2030 a 2,3-2,5 milioni di barili equivalenti al giorno. Il conto è arrivato in bilancio: il 15 gennaio 2026 BP ha annunciato svalutazioni per 4-5 miliardi di dollari sul quarto trimestre 2025, in prevalenza su gas e attività a basse emissioni, dopo gli 881 milioni dei primi nove mesi del 2025 e gli 1,86 miliardi del 2024. La società non ha scorporato l'importo per singolo progetto. Dal 1° aprile 2026 la società è guidata da Meg O'Neill, ex Woodside Energy.

Shell ha scelto la stessa direzione per acquisizioni: il 27 aprile 2026 ha annunciato l'acquisto della canadese ARC Resources, che aggiunge circa 370.000 barili equivalenti al giorno. L'operazione vale 16,4 miliardi di dollari comprendendo circa 2,8 miliardi di debito netto assunto; il corrispettivo agli azionisti è di 13,6 miliardi (3,4 in contanti e 10,2 in azioni). È la stessa operazione che altre testate indicano in 22 miliardi di dollari canadesi: tre cifre diverse per lo stesso accordo, a seconda di cosa si misura e in quale valuta. Gas e liquidi, non elettroni. Sulla stessa linea Equinor, che ha dimezzato a 5 miliardi in due anni la spesa in rinnovabili, e TotalEnergies, che ha alzato al 40% dal 34% la quota di nuovi progetti oil & gas.

Chi compra il verde: Cina, Stati Uniti, Europa

Cina. Nel primo semestre 2026 sono stati installati 72,07 GW di fotovoltaico, il 66% in meno sullo stesso periodo del 2025, e 38,62 GW di eolico (−25%), secondo l'Amministrazione nazionale per l'energia. È quasi tutto effetto di confronto: nel 2025 gli sviluppatori avevano corso a chiudere i progetti prima dei prezzi di mercato per le nuove rinnovabili, dal 31 maggio 2025, portando l'anno a circa 317 GW di solare e 120 GW di eolico, entrambi record. A fine giugno 2026 la potenza installata cinese era di 4,04 TW, con il solare a 1,274 TW (31,5%).

Stati Uniti. Qui la variabile decisiva è fiscale. La legge di bilancio del 4 luglio 2025 ha cancellato il credito d'imposta domestico del 30% dal 1° gennaio 2026: eolico e solare che avviano i lavori dopo il 4 luglio 2026 devono entrare in esercizio entro fine 2027, mentre chi ha iniziato prima ha quattro anni. Ne è seguita una corsa a «mettere al sicuro» i cantieri, con oltre 200 GW in corrente continua di progetti protetti. Nel primo trimestre 2026 le installazioni sono state 7,8 GW, il 27% in meno su base annua.

Europa. Il 22 aprile 2026, in risposta alla crisi di Hormuz, la Commissione europea ha presentato il pacchetto AccelerateEU: 100 GW l'anno di nuova capacità rinnovabile, autorizzazioni entro due anni dalla fine del 2026, accelerazione su reti e nucleare, stoccaggio da circa 55 GW verso i 200 GW al 2030.

L'elettricità è il vero campo di battaglia

Secondo l'aggiornamento di metà anno del rapporto Electricity della IEA, del 23 luglio 2026, la domanda mondiale di elettricità crescerà del 3,6% nel 2026 e del 3,8% nel 2027, dopo il 3% del 2025, spinta da industria, veicoli elettrici, condizionamento e centri dati: 30.700 TWh nel 2027, dai 28.600 del 2025.

Sul lato dell'offerta il 2026 segna un sorpasso storico: la generazione rinnovabile cresce di oltre l'8% e diventa la prima fonte mondiale di elettricità, superando il carbone, con quota dal 33% del 2025 al 37% atteso nel 2027. Il solare aggiunge circa 600 TWh e scavalca l'eolico come seconda fonte rinnovabile dopo l'idroelettrico.

Non è però una vittoria pulita: la IEA stima per il 2026 una generazione da carbone in aumento dell'1,4%, per sostituzione del gas diventato troppo caro, ed emissioni di CO₂ del settore elettrico in crescita di circa l'1%. È l'effetto collaterale meno raccontato della crisi.

La lettura dei mercati

Grafico interattivo: TradingView · AMEX:XLE

Nei dodici mesi chiusi il 28 luglio 2026 l'ETF sul settore energia statunitense XLE ha reso circa il 36,3% compresi i dividendi, contro circa il 24,4% dell'ETF globale sull'energia pulita ICLN. Ma entrambi hanno guadagnato: non una rotazione dal verde al nero, bensì un rialzo generale in cui la leva geopolitica ha premiato di più chi vende barili. Un premio al rischio, non un giudizio sulla tecnologia.

Cosa guardare adesso

Il primo elemento è la riapertura di Hormuz: se la bonifica procede nei tempi indicati dalla IEA, il premio geopolitico sul barile si sgonfia e con esso buona parte della sovraperformance petrolifera; se il blocco dura, la spinta su GNL, carbone e rinnovabili regge.

Il secondo è il secondo semestre americano: quanti dei circa 200 GW «messi al sicuro» prima del 4 luglio 2026 diventeranno davvero cantieri. È il test su quanto il solare statunitense stia in piedi senza incentivi.

Il terzo sono i piani di spesa delle major nei conti del secondo semestre 2026: con il Brent sopra gli 85 dollari la domanda non è se aumenteranno la spesa in idrocarburi, ma se parte della cassa aggiuntiva tornerà alle piattaforme a basse emissioni o finirà tutta in dividendi e riacquisti di azioni proprie. Dirà se la ritirata dal verde era tattica o strutturale. Perché la transizione del 2026 non è né il trionfo lineare delle rinnovabili né il loro fallimento: è un percorso a due velocità dentro una crisi di sicurezza energetica, e per chi investe la regola resta distinguere la narrazione dai numeri.


Fonti: IEA, «World Energy Investment 2026» e comunicato del 28/05/2026; IEA, «World Energy Investment 2025»; IEA, «Electricity Mid-Year Update 2026» del 23/07/2026, ripreso da Radiocor–Borsa Italiana; Fortune e CNBC, 23/04/2026 (Hormuz); Trading Economics, 29/07/2026 (Brent); ANSA, 29/07/2026 (TTF); bp, Argus Media e Rigzone, 15/01/2026; Shell, primo trimestre 2026 e acquisizione di ARC Resources; Wood Mackenzie, 03/03/2025 e 24/09/2025; Oil & Gas Journal, 01/04/2025 (Equinor e TotalEnergies); pv magazine, 24/07/2026, su dati dell'Amministrazione nazionale cinese per l'energia; SEIA–Wood Mackenzie, «Solar Market Insight Q2 2026»; Commissione europea, AccelerateEU, 22/04/2026; stockanalysis.com, 28/07/2026 (XLE e ICLN). Le cifre 2026 sono stime IEA e possono essere riviste.

Disclaimer: le informazioni fornite in questo articolo sono a scopo puramente informativo e non costituiscono in alcun modo consulenza finanziaria personalizzata. Si raccomanda di consultare un professionista qualificato prima di prendere qualsiasi decisione di investimento.