Il 31 luglio 2026 il Tesoro degli Stati Uniti ha comprato yen sul mercato dei cambi per la prima volta dal 1998, affiancando un intervento giapponese cominciato il giorno prima. Nel giro di tre sedute il cambio dollaro/yen è passato da 163,91 a 156,68, sette yen e ventitré centesimi: il movimento più violento dell'anno. Alla chiusura di venerdì 7 agosto il fixing della Banca centrale europea segnava 158,34.
Lo yen, cioè, ha già restituito 1,66 dei sette yen guadagnati: quasi un quarto del recupero, in quattro sedute consecutive di indebolimento. Rispetto al 2 gennaio la valuta giapponese resta più debole dello 0,9% sul dollaro, e nell'ultima seduta della settimana il cambio ha ripreso a muoversi solo perché il rapporto sull'occupazione americana di luglio è uscito peggiore delle attese. È il dato che riassume il problema: a spostare lo yen in modo duraturo non è stato l'intervento, ma la politica monetaria americana.

Le sedute: che cosa è successo, giorno per giorno
Lo yen era arrivato a fine luglio sui minimi dell'anno. Il 28 luglio il fixing BCE segnava 163,91 yen per dollaro, il punto più debole del 2026; sulla serie della Federal Reserve Bank of St. Louis, che rileva il cambio a mezzogiorno di New York, il massimo si colloca il 29 luglio a 163,86. Le due serie differiscono per orario di rilevazione, non per sostanza: la BCE fissa alle 14:15 di Francoforte, prima dell'apertura americana.
Giovedì 30 luglio il cambio è crollato. Sulla serie della Fed di St. Louis la seduta si chiude a 159,47, con una variazione giornaliera del −2,68%: il calo più ampio registrato nel 2026, davanti al −2,34% del 26 gennaio e al −2,23% del 30 aprile, entrambe giornate in cui il Giappone era intervenuto. Venerdì 31 luglio è arrivata la seconda azione, questa volta dichiarata e coordinata con Washington. Lunedì 3 agosto, alla riapertura, il fixing BCE toccava 156,68.
| Seduta | Fixing BCE | Variazione | Che cosa è successo |
|---|---|---|---|
| martedì 28 luglio | 163,91 | +0,17% | yen ai minimi del 2026 |
| mercoledì 29 luglio | 163,68 | −0,14% | — |
| giovedì 30 luglio | 162,94 | −0,45% | intervento giapponese, non confermato |
| venerdì 31 luglio | 160,24 | −1,66% | intervento coordinato Stati Uniti-Giappone; riunione BOJ |
| lunedì 3 agosto | 156,68 | −2,22% | punto di massima forza dello yen |
| martedì 4 agosto | 157,41 | +0,47% | inizia il rientro |
| mercoledì 5 agosto | 157,59 | +0,11% | — |
| giovedì 6 agosto | 157,83 | +0,15% | — |
| venerdì 7 agosto | 158,34 | +0,32% | dati sul lavoro USA sotto le attese |
Il 1° e il 2 agosto cadevano di sabato e domenica: il mercato dei cambi era chiuso, e la conferma americana è arrivata proprio in quelle ore. Nella giornata di venerdì 7 agosto, dopo il fixing, il cambio è sceso fino a 156,65 sulla scia del rapporto sull'occupazione, per poi risalire: alle 16:30 italiane trattava attorno a 157,8. Su base infragiornaliera Bloomberg calcola che lo yen abbia restituito quasi metà dei guadagni dell'intervento; sui fixing ufficiali, che ignorano i minimi e i massimi di giornata, la quota restituita è del 23%. Le due misure non sono in contraddizione: raccontano lo stesso rientro con due metri diversi.
Chi è intervenuto davvero, e con quanto
La distinzione fra le due giornate conta, e va tenuta ferma. Il 30 luglio è un movimento con forte sospetto di intervento giapponese unilaterale, mai confermato ufficialmente. Il 31 luglio è un intervento coordinato, confermato da entrambe le parti: la Federal Reserve Bank di New York ha operato per conto del Tesoro statunitense vendendo euro delle riserve americane e comprando yen con il ricavato.
Quest'ultimo dettaglio ha attirato le critiche più dure. Vendere una terza valuta invece di dollari è tecnicamente insolito, e diversi ex funzionari lo hanno detto pubblicamente: Edwin Truman, già al Tesoro, ha definito l'operazione «weird», sostenendo che vendere una terza valuta non è efficace quanto vendere dollari; Mark Sobel l'ha giudicata imprudente perché non affronta le cause della debolezza dello yen; Robin Brooks, della Brookings Institution, ha avvertito che il rischio è dare al mercato motivi per farsi domande.
Sugli importi bisogna essere espliciti su che cosa è noto e che cosa no. Nessuna delle due cifre è ufficiale. Per la parte giapponese, Bloomberg stima circa 8.450 miliardi di yen (intorno a 52,8 miliardi di dollari) confrontando i conti della Banca del Giappone con le previsioni degli operatori monetari; altre ricostruzioni, riprese da Al Jazeera, indicano fino a 59 miliardi di dollari. Se la stima più bassa fosse confermata, sarebbe comunque il singolo giorno di intervento più grande mai realizzato da Tokyo, sopra i 6.280 miliardi di yen del 30 aprile 2026. Per la parte americana l'unico indizio pubblico è la fotografia di un blocco note davanti al segretario al Tesoro Scott Bessent durante una riunione di gabinetto del 31 luglio, con annotato «Buy Japanese Yen $5-10 bil»: un'indicazione di ordine di grandezza, non un dato.
Il numero vero arriverà a fine agosto. Il Ministero delle Finanze giapponese pubblica i totali mensili degli interventi e i dettagli giornalieri su base trimestrale; le operazioni del 30 e 31 luglio ricadono nel periodo di rilevazione 27 luglio – 26 agosto 2026. Le riserve valutarie giapponesi di fine luglio sono risultate sostanzialmente invariate rispetto al mese precedente, il che suggerisce che l'operazione non vi sia ancora contabilmente riflessa.
Sul piano storico l'episodio è raro, ma va datato con precisione perché le due cose spesso vengono confuse. L'ultima volta che gli Stati Uniti avevano comprato yen risale al 1998, durante la crisi finanziaria asiatica. L'ultimo intervento coordinato che li vedeva partecipare insieme al Giappone è invece del marzo 2011, quando il G7 agì nella direzione opposta — vendere yen per indebolirlo — dopo il terremoto e lo tsunami. Comprare yen insieme, quindi, non accadeva da ventotto anni.
Quanto alle dichiarazioni, Bessent ha motivato l'azione con la «sostanziale sottovalutazione» dello yen, affermando che gli Stati Uniti sostengono con forza le misure decise da Tokyo, e ha aggiunto il 4 agosto che «uno yen stabile non è importante solo per gli Stati Uniti, ma è molto importante per l'intera regione», citando il rischio che una valuta giapponese troppo debole spinga altri paesi asiatici a svalutare. Il riferimento ai «movimenti disordinati» ed alla «volatilità eccessiva» compare invece nella nota del Ministero delle Finanze giapponese: è la formula con cui Tokyo giustifica abitualmente i propri interventi.
Il divario che rende lo yen la valuta da vendere non si è chiuso
La debolezza dello yen ha una causa strutturale semplice: rende poco tenerlo. Il carry trade è il meccanismo per cui un investitore prende a prestito una valuta a tasso basso, la vende e investe il ricavato in attività denominate in una valuta a tasso alto, incassando la differenza. Finché il divario resta ampio e il cambio stabile, l'operazione è profittevole; quando il cambio si muove bruscamente contro chi l'ha impostata, le perdite arrivano tutte insieme.
Qui va corretta un'idea diffusa. Nel 2026 il differenziale fra Stati Uniti e Giappone non si è ristretto in modo uniforme: dipende dalla scadenza, e sulla scadenza che conta di più per il carry trade è andato nella direzione opposta.

Sulla scadenza biennale, quella più sensibile alle attese di politica monetaria, il differenziale è passato da 2,27 punti percentuali del 5 gennaio a 2,61 del 5 agosto: si è allargato di 34 punti base, dopo aver toccato il massimo dell'anno a 2,87 il 23 luglio, tre sedute prima dell'intervento. Sulla scadenza decennale, invece, è sceso da 2,06 a 1,82 punti, cioè 24 punti base in meno, perché nello stesso periodo il rendimento del titolo giapponese è salito più di quello americano: +70 punti base contro +46.
La ragione è che i due paesi si muovono in modo asimmetrico. La Banca del Giappone ha alzato i tassi; la Federal Reserve no. Il costo del denaro americano è fermo in una forchetta fra il 3,50% e il 3,75% da dicembre 2025 — quando fu tagliato — e da allora non si è mosso. Nonostante questo, il rendimento del Treasury biennale è salito di 71 punti base da inizio anno, al 4,18% del 5 agosto: il mercato ha smesso di aspettarsi tagli e ha cominciato a prezzare l'ipotesi opposta. Il decennale americano è al 4,63%, in rialzo di 44 punti base da gennaio.
Nell'ultima settimana, però, il quadro ha iniziato a girare: fra il 31 luglio e il 5 agosto il differenziale si è ristretto di 16 punti base sul biennale e di 13 sul decennale, perché i rendimenti americani sono scesi. È questo, più dell'intervento, il canale attraverso cui lo yen può rafforzarsi in modo stabile.
La Banca del Giappone alza i tassi, ma l'inflazione è ancora sotto il bersaglio
Il 31 luglio, nella stessa giornata dell'intervento coordinato, la Banca del Giappone ha lasciato il tasso sui depositi overnight non garantiti attorno all'1,0%, il livello più alto dal 1995, dopo il rialzo di 25 punti base deciso a giugno. La decisione è passata con otto voti contro uno: il consigliere Hajime Takata ha votato contro chiedendo di portare subito il tasso all'1,25%, ritenendo che la fase richieda un approccio più reattivo ai rischi al rialzo sui prezzi.
Nell'Outlook Report pubblicato lo stesso giorno la banca centrale prevede che l'inflazione di fondo si collochi «chiaramente al di sopra» del 2% dalla seconda metà dell'anno fiscale 2026, e ha alzato la stima di crescita per l'esercizio a +0,6% da +0,5%.
Qui serve una precisazione che cambia il senso della politica monetaria giapponese: quella della BOJ è una previsione, non una fotografia del presente. L'inflazione realizzata è ancora sotto l'obiettivo. A giugno 2026 l'indice dei prezzi al consumo nazionale è salito dell'1,7% su base annua e la componente di fondo, che esclude i prodotti freschi, dell'1,6%: sotto il 2% per il quinto mese consecutivo. Il dato di Tokyo di luglio, che anticipa il nazionale, segna +1,9%, in accelerazione per il secondo mese e ai massimi da gennaio, ma ancora sotto il bersaglio. La banca centrale sta quindi normalizzando i tassi in anticipo rispetto all'inflazione osservata, contando su salari e cambio per portarla sopra il 2%.
Sui salari il quadro è solido ma in lieve raffreddamento. Le trattative di primavera 2026 — lo shuntō — si sono chiuse secondo il consuntivo definitivo di Rengo, la maggiore confederazione sindacale, con un aumento medio del 5,01% su 5.368 aziende, pari a circa 16.400 yen al mese. È il terzo anno consecutivo sopra il 5%, ma il risultato è inferiore al 5,25% del 2025; nelle imprese con meno di 300 dipendenti l'aumento si ferma al 4,69%.
La curva dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi riflette tassi attesi più alti. Al 6 agosto 2026 sale con regolarità fino alla scadenza venticinquennale, poi si appiattisce e si inverte leggermente sul tratto lunghissimo.
| Scadenza | Rendimento | Scadenza | Rendimento |
|---|---|---|---|
| 1 anno | 1,311% | 9 anni | 2,629% |
| 2 anni | 1,565% | 10 anni | 2,773% |
| 3 anni | 1,709% | 15 anni | 3,340% |
| 4 anni | 1,893% | 20 anni | 3,659% |
| 5 anni | 2,044% | 25 anni | 3,945% |
| 6 anni | 2,176% | 30 anni | 3,919% |
| 7 anni | 2,319% | 40 anni | 3,912% |
| 8 anni | 2,490% |
Gli speculatori erano corti da record, e in una settimana hanno chiuso tutto
Ogni martedì la Commodity Futures Trading Commission fotografa le posizioni aperte sui futures quotati a Chicago e le pubblica il venerdì successivo. Sono uscite due rilevazioni che raccontano l'intervento da capo a fondo: quella del 28 luglio, scattata prima del crollo del 30 e dell'azione coordinata del 31, e quella del 4 agosto, la prima dopo.
Alla vigilia, gli operatori non commerciali — i grandi speculatori, fondi e gestori sopra le soglie di segnalazione — erano schierati contro lo yen in misura massiccia: 101.271 contratti lunghi contro 264.683 corti, una posizione netta corta di 163.412 contratti. Ogni contratto vale 12,5 milioni di yen, quindi la scommessa aggregata contro la valuta giapponese valeva circa 2.043 miliardi di yen, quasi 13 miliardi di dollari. Le vendite allo scoperto rappresentavano da sole il 61,2% dell'intero interesse aperto, contro il 23,4% delle posizioni lunghe. Era la posizione più corta di tutto il 2026, e si era approfondita proprio nell'ultima settimana: il 21 luglio il netto corto era di 152.125 contratti.

Una settimana dopo, quella scommessa non c'è più. Al 4 agosto i lunghi salgono a 147.228 e i corti crollano a 192.701: il netto corto si riduce a 45.473 contratti. In sette giorni gli speculatori hanno chiuso 71.982 contratti di ribasso e ne hanno aperti 45.957 al rialzo, per una variazione netta di 117.939 contratti — il 72% della posizione precedente, e il movimento settimanale più ampio del 2026, più del doppio del secondo. Il valore della scommessa contro lo yen passa da 2.043 a 568 miliardi di yen, da quasi 13 a 3,6 miliardi di dollari. L'interesse aperto complessivo scende di 12.973 contratti, a 419.393: le posizioni non sono state girate, sono state chiuse.
È la conferma della meccanica dello strappo, non più un'ipotesi. Un intervento a sorpresa contro un mercato posizionato in modo così unilaterale non si limita a spostare il cambio con i propri acquisti: costringe chi era corto a ricomprare, e il riacquisto amplifica il movimento. I sette yen guadagnati fra il 28 luglio e il 3 agosto non sono il prezzo di ciò che Tokyo e Washington hanno comprato, ma di quello più tutto ciò che gli speculatori hanno dovuto ricomprare per non restare esposti.
Il dato aiuta anche a leggere le sedute successive. Se una parte del rialzo dello yen era copertura forzata, quella spinta si esaurisce quando le coperture finiscono — ed è esattamente ciò che si è visto dal 4 agosto in poi, con la valuta che ha ripreso a indebolirsi per quattro sedute di fila mentre il posizionamento era ormai neutralizzato.
Va segnalata anche una divergenza interna ai dati, perché è istruttiva. I piccoli operatori sotto le soglie di segnalazione si muovevano in direzione opposta ai professionisti: erano netti lunghi per 5.387 contratti il 28 luglio e sono tornati netti corti per 5.095 contratti il 4 agosto, comprando yen prima dell'intervento e vendendolo dopo. È una categoria marginale, sotto il 10% dell'interesse aperto, e non va confusa con gli speculatori professionali, che hanno fatto l'esatto contrario in entrambe le occasioni.
Yen forte e Borsa forte insieme: il legame tradizionale non ha funzionato
C'è un'ultima anomalia, e merita di essere presentata per quello che è. Nella seduta del 31 luglio, mentre lo yen si rafforzava, il Nikkei 225 è salito del 4,03%, da 61.867 a 64.362 punti. Il 5 agosto ha toccato 66.300 punti con un altro +3,66%. Dal 29 luglio al 7 agosto l'indice guadagna il 6,8% mentre lo yen si rafforza del 3,4%: le due cose sono andate insieme, quando la regola vorrebbe il contrario, perché uno yen debole gonfia gli utili degli esportatori giapponesi convertiti in valuta nazionale.

Il dato misurato è netto: la correlazione fra le variazioni giornaliere del cambio dollaro/yen e quelle del Nikkei 225 nel 2026 è di −0,01 su 135 sedute, cioè indistinguibile da zero. Ma va detto con onestà statistica che il legame non era forte nemmeno prima: calcolata sulle stesse serie ufficiali, la correlazione fra variazioni giornaliere era +0,20 nel 2023, +0,23 nel 2024 e +0,11 nel 2025. Non stiamo osservando la rottura di una legge, ma l'esaurimento di una tendenza già debole, e su un orizzonte giornaliero — su periodi più lunghi il rapporto fra cambio e utili resta rilevante.
Le spiegazioni possibili restano ipotesi, e come tali vanno trattate: che il mercato azionario giapponese stia prezzando la fine della deflazione più della svalutazione competitiva; che l'intervento sia stato letto come un fattore di stabilità e non di stretta; che il traino venga da settori poco esposti al cambio. Nessuna di queste letture è dimostrata dai dati disponibili.
Serve infine una nota di proporzione che il rialzo di questi giorni rischia di nascondere: il Nikkei ha chiuso il 7 agosto a 65.606,71 punti, in guadagno del 26,6% da inizio anno ma ancora il 9,3% sotto il massimo di 72.366,34 punti toccato il 25 giugno 2026. Il rimbalzo dell'ultima settimana è un recupero parziale, non un nuovo record.
Che cosa guardare, e quando
La lezione delle ultime cinque sedute è che un intervento sposta il prezzo, non la ragione per cui il prezzo si muoveva. Finché il differenziale di rendimento resta sopra i due punti e mezzo sulla scadenza biennale, la convenienza a vendere yen non scompare. Tre appuntamenti concreti diranno se il quadro cambia.
Il posizionamento degli speculatori, che il dato del 4 agosto ha già azzerato come fattore di pressione. Con il netto corto sceso da 163.412 a 45.473 contratti, la spinta meccanica al rialzo dello yen — il riacquisto forzato di chi era scoperto — è in larga parte esaurita. La rilevazione dell'11 agosto dirà se gli speculatori si stanno riposizionando contro la valuta giapponese, che è la prova del nove sulla tenuta dell'intervento.
L'importo ufficiale dell'intervento giapponese, atteso a fine agosto 2026 con la pubblicazione mensile del Ministero delle Finanze relativa al periodo 27 luglio – 26 agosto. Confermerà o smentirà la stima di 8.450 miliardi di yen e dirà quanto Tokyo è disposta a spendere: nel ciclo 28 aprile – 27 maggio aveva impegnato 11.730 miliardi di yen, circa 73 miliardi di dollari, il totale più alto mai registrato.
I dati americani su prezzi e lavoro, che restano il vero motore del cambio. Il rapporto sull'occupazione di luglio, pubblicato venerdì 7 agosto, ha mostrato una flessione di 23.000 posti a fronte di attese per un aumento di 83.000, con revisioni al ribasso per 103.000 posti sui due mesi precedenti, un tasso di disoccupazione al 4,1% e retribuzioni orarie in crescita del 3,2% annuo, il ritmo più lento da maggio 2021. È il tipo di dato che, ripetuto, riduce il differenziale dei tassi e sostiene lo yen più di qualsiasi acquisto sul mercato.

Sul fronte giapponese, i due elementi da sorvegliare sono l'inflazione — che deve salire sopra il 2% per giustificare i rialzi già fatti — e la prossima riunione della Banca del Giappone, dove il voto di Takata indica che esiste già una minoranza favorevole a stringere più in fretta. Se l'inflazione dovesse sorprendere al ribasso mentre la Federal Reserve resta ferma, lo yen tornerebbe sotto pressione e il costo dell'intervento del 31 luglio si rivelerebbe speso soltanto per comprare tempo.
Non sono infine pubblicamente disponibili, alla data di pubblicazione, dati sulla volatilità implicita delle opzioni su dollaro/yen, sui flussi degli investitori esteri sul mercato giapponese e sulle coperture valutarie dei fondi pensione: sono gli elementi che permetterebbero di misurare quanto il mercato si aspetti un nuovo intervento, e in questo articolo non vengono ipotizzati.
Fonti
Cambio dollaro/yen dai tassi di riferimento della Banca centrale europea (Data Portal, serie EXR: EUR/JPY diviso EUR/USD, fixing delle 14:15 CET), con riscontro incrociato sulla serie DEXJPUS della Federal Reserve Bank of St. Louis, che rileva il cambio a mezzogiorno di New York ed è aggiornata al 31 luglio 2026. Valori infragiornalieri del 7 agosto da Yahoo Finance. Nikkei 225 dalla serie NIKKEI225 della Federal Reserve Bank of St. Louis (chiusure ufficiali, ultimo dato 7 agosto 2026). Rendimenti dei titoli di Stato giapponesi dal file jgbcm del Ministero delle Finanze del Giappone (6 agosto 2026); rendimenti dei Treasury dalle serie DGS2 e DGS10 e costo del denaro americano dalle serie DFEDTARU e DFEDTARL della Federal Reserve Bank of St. Louis (5 agosto 2026). Posizionamento degli operatori dal Commitments of Traders — Futures Only della Commodity Futures Trading Commission, rilevazioni del 28 luglio e del 4 agosto 2026, categoria «non-commercial»; la serie settimanale del 2026 dall'archivio annuale della stessa fonte, con le ultime due rilevazioni incrociate sul rapporto settimanale e coincidenti cifra per cifra. Decisione di politica monetaria, ripartizione del voto e Outlook Report dai comunicati della Banca del Giappone del 31 luglio 2026. Indice dei prezzi al consumo dallo Statistics Bureau giapponese (giugno 2026) e rilevazione di Tokyo di luglio 2026. Esito definitivo dello shuntō 2026 dal consuntivo Rengo del 3 luglio 2026, ripreso da Japan Times e Nippon.com. Cronaca dell'intervento, conferme ufficiali, dichiarazioni e stime sugli importi da Bloomberg, CNBC, Al Jazeera, Axios, Fortune e Nikkei Asia (30 luglio – 7 agosto 2026); importi ufficiali degli interventi di aprile-maggio 2026 dal Ministero delle Finanze giapponese, ripresi da Nikkei Asia e Japan Times. Rapporto sull'occupazione di luglio 2026 dal Bureau of Labor Statistics (7 agosto 2026). Le stime sull'ammontare degli interventi del 30 e 31 luglio non sono dati ufficiali e sono indicate come tali nel testo. Il calcolo della correlazione fra cambio e Nikkei, i differenziali di rendimento e le percentuali di ritracciamento sono elaborazioni della redazione sulle serie ufficiali citate.
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