Martedì 18 agosto 2026 il debito pubblico federale degli Stati Uniti ha superato per la prima volta i 40.000 miliardi di dollari: 40.047 miliardi esatti, secondo il rilevamento giornaliero «Debt to the Penny» del Dipartimento del Tesoro, scesi a 40.033 miliardi nella rilevazione del 20 agosto. Lo stesso giorno, sul mercato dei titoli di Stato americani, il rendimento del trentennale toccava il 5,31% — il livello più alto dal 9 luglio 2007, cioè da diciannove anni.
Le due notizie sono state raccontate separatamente. Sono lo stesso fatto visto da due lati: da quello di chi il debito lo emette e da quello di chi decide a quale prezzo comprarlo. Il debito è la quantità; il rendimento è il prezzo. E il prezzo, in questo momento, sta salendo proprio sul tratto che serve a finanziare la quantità: mentre la Federal Reserve tiene i tassi a breve fra il 3,50% e il 3,75%, il mercato chiede al Tesoro il 5,27% per prestargli denaro a trent'anni. Questo articolo tiene insieme i due lati, perché separati non si spiegano.

La soglia dei 40.000 miliardi e il numero che i mercati guardano davvero
La cifra tonda fa notizia, ma per prima cosa va ridimensionata — e a dirlo sono le stesse fonti che l'hanno diffusa. Il Wall Street Journal, citato dall'ANSA il 20 agosto, osserva che il numero assoluto ha un valore simbolico e di per sé non è economicamente significativo. Quarantamila miliardi non sono una soglia oltre la quale succede qualcosa: sono un numero che, in dollari nominali, prima o poi doveva arrivare.
Quello che conta è il rapporto fra debito e prodotto interno lordo, e la velocità con cui il primo cresce rispetto al secondo. Al primo trimestre 2026 il debito federale lordo valeva il 122,6% del PIL secondo la serie della Federal Reserve Bank of St. Louis; rapportando i 40.033 miliardi del 20 agosto al PIL del secondo trimestre 2026 (32.475 miliardi annualizzati, stima del Bureau of Economic Analysis) si arriva al 123,3%.
Qui va corretto un equivoco che ha attraversato molte delle cronache di questi giorni. Il paragone giusto non è con il periodo precedente la Seconda guerra mondiale — nel 1939 il debito federale valeva circa il 44% del PIL, meno della metà di oggi — ma con il picco raggiunto alla fine del conflitto: circa il 121,7% nel 1946. Gli Stati Uniti non si stanno avvicinando a quel livello: l'hanno appena superato. Con una differenza che pesa più del numero: nel 1946 il picco era l'eredità di una guerra finita, e da lì il rapporto scese per trent'anni; oggi arriva in tempo di pace, con l'economia in crescita e senza un evento che si stia chiudendo.
La velocità è il secondo dato. Il debito ha toccato i 39.000 miliardi il 17 marzo 2026 e i 40.000 il 18 agosto: mille miliardi in cinque mesi. Nei dodici mesi fino al 20 agosto l'aumento è stato di 2.853 miliardi. Per dare una misura del passo, i mille miliardi precedenti — da 38.000 a 39.000 — avevano richiesto 147 giorni, e quelli prima ancora, da 37.000 a 38.000, appena 71.
Un'ultima precisazione, che serve per capire i capitoli seguenti: dei 40.033 miliardi, 32.279 sono detenuti dal pubblico — cioè da investitori, banche, fondi, banche centrali estere — e 7.754 sono partite intragovernative, in sostanza quanto lo Stato deve ai propri fondi previdenziali. È il primo dei due numeri, non il totale, quello che ogni giorno deve trovare un compratore sul mercato. E per capire come si forma il suo prezzo bisogna guardare le obbligazioni.
Che cosa promette un Treasury, e perché il suo rendimento sale quando il debito preoccupa
Un titolo di Stato americano — un Treasury — è un prestito. Chi lo compra dà oggi al Tesoro una somma e riceve in cambio una cedola periodica fissa e il rimborso del capitale alla scadenza. La cedola, una volta emesso il titolo, non cambia mai. Quello che cambia è il prezzo a cui quel titolo si scambia sul mercato, e da lì il suo rendimento: il guadagno annuo effettivo per chi lo compra oggi a quel prezzo e lo tiene fino alla fine.
Ne discende il meccanismo che spiega tutto il resto, ed è controintuitivo la prima volta che lo si incontra: prezzo e rendimento si muovono in direzioni opposte. Se un titolo paga 4 dollari l'anno e costa 100, rende il 4%. Se gli investitori lo vendono e il prezzo scende a 90, quei 4 dollari valgono il 4,4% di quanto si è speso: il rendimento sale perché il prezzo è sceso. Quando si legge che «i rendimenti dei Treasury sono schizzati», si sta leggendo che qualcuno ha venduto quei titoli, o che li ha comprati solo pretendendo di pagarli meno. È lo stesso meccanismo che regola i BTP, e che abbiamo spiegato passo per passo nella guida su che cos'è lo spread BTP-Bund e come si legge.
Il rendimento che il mercato chiede si può scomporre in tre pezzi: quanto rende tenere i soldi al sicuro per quella durata (che dipende dai tassi della banca centrale, attesi lungo tutto il periodo), quanta inflazione ci si aspetta nel frattempo, e un terzo pezzo — il premio a termine — che è il compenso extra preteso per il rischio di immobilizzare denaro per molto tempo. Il terzo pezzo è quello che si muove quando cambia l'idea che il mercato ha della solidità di chi emette. Ed è, come vedremo, quello che si è mosso.

La curva del 21 agosto: la Fed tiene fermo il breve, il mercato alza il lungo
La fotografia più utile è la curva dei rendimenti: il rendimento dei titoli di Stato ordinato per scadenza, dal titolo a un mese a quello a trent'anni. Alla rilevazione ufficiale del Tesoro del 21 agosto 2026 la curva americana era questa: 3,80% a un mese, 3,88% a tre mesi, 3,95% a sei mesi, 4,03% a un anno, 4,24% a due anni, 4,31% a tre, 4,43% a cinque, 4,57% a sette, 4,74% a dieci, 5,25% a venti e 5,27% a trent'anni.
Il tratto a breve è governato dalla Federal Reserve, che il 21 agosto teneva l'intervallo obiettivo dei tassi fra il 3,50% e il 3,75%: i titoli fino a un anno stanno lì attorno, perché nessuno presta a tre mesi a un tasso troppo diverso da quello a cui può parcheggiare la liquidità presso la banca centrale. Come le decisioni sui tassi si trasmettano al resto dei prezzi lo abbiamo ricostruito nella guida su politica monetaria, tassi e valute.
Il tratto a lungo, invece, la Fed non lo governa: lo fa il mercato. E il mercato chiede oggi 152 punti base — un punto e mezzo percentuale — più del limite superiore dei tassi ufficiali per prestare a trent'anni. Il confronto con le due fotografie precedenti dice come ci si è arrivati. A fine 2024 la curva era quasi piatta: 4,25% a due anni e 4,78% a trent'anni. A fine 2025 il tratto a breve era crollato al 3,47% sui due anni mentre il trentennale restava al 4,84%: la Fed aveva tagliato e il lungo non l'aveva seguita. Nel 2026 è salito tutto — il biennale di 77 punti base, il decennale di 56 — ma solo il tratto lungo è finito su livelli che non si vedevano da diciannove anni.
Vale la pena dirlo con precisione, perché la formula «i rendimenti sono schizzati» è imprecisa: in variazione, nel 2026 il rialzo maggiore è stato sul biennale, ed è la conseguenza di attese di tagli della Fed che sono state progressivamente cancellate. Il fatto anomalo non è di quanto sia salito il tratto lungo, ma dove è arrivato, e soprattutto quando: nei giorni in cui i dati americani erano deboli.

Perché sale il tratto lungo: non è l'inflazione attesa, è il premio per il rischio
Questo è il punto in cui i due fili si annodano, e per fortuna è verificabile con i numeri invece che con le opinioni. Se i rendimenti a lungo salissero perché il mercato teme più inflazione, lo si vedrebbe nell'inflazione attesa incorporata nei prezzi dei titoli indicizzati — il cosiddetto differenziale d'inflazione a dieci anni. Non è successo: quel valore era al 2,25% a fine 2025, al 2,24% a fine giugno 2026 ed è al 2,34% il 21 agosto. In otto mesi si è mosso di nove centesimi di punto, mentre il trentennale saliva di oltre quaranta.
Quello che invece si è mosso è il premio a termine. La stima della Federal Reserve Bank di New York sul decennale — il modello Adrian-Crump-Moench, la misura standard — è passata dallo 0,571% di fine 2025 allo 0,84% del 14 agosto 2026, il valore più alto dell'anno. Per dare la misura del cambiamento di regime: nel dicembre 2020 lo stesso premio era negativo, a −0,48%. Gli investitori pagavano un sovrapprezzo pur di detenere titoli di Stato americani a lungo termine; oggi chiedono uno sconto per farlo.
La prova più netta è nel calendario. Il rialzo del trentennale al 5,31% del 17 agosto è arrivato pochi giorni dopo vendite al dettaglio americane inattese in calo dello 0,6% e prezzi alla produzione di luglio piatti. Dati deboli e nessuna pressione inflattiva a monte: nel manuale, due ragioni per cui i rendimenti dovrebbero scendere. Sono saliti. Quando il prezzo del denaro a lungo termine si muove al contrario di quello che dicono i dati sull'economia, la variabile che sta parlando è un'altra, ed è la quantità di carta che dovrà essere collocata.
Sul fronte dell'inflazione realizzata, per completezza: l'indice dei prezzi al consumo americano di luglio 2026 segna un +3,36% sui dodici mesi, con la componente di fondo al 2,47%. L'inflazione è sopra l'obiettivo del 2% della Fed, ed è una delle ragioni citate dagli operatori nel motivare le vendite sul tratto lungo, ma il mercato continua a scontare un ritorno verso il 2,3% nella media dei prossimi dieci anni. Il conto lo abbiamo dettagliato nell'analisi sui dati macroeconomici di luglio 2026.

Il muro delle scadenze: un terzo del debito torna sul mercato entro dodici mesi
Il debito pubblico non è un prestito che si rimborsa: è un prestito che si rinnova. Ogni titolo che scade viene sostituito da un titolo nuovo, emesso alle condizioni del giorno in cui lo si emette. Ed è questo che trasforma un rendimento di mercato in una voce di bilancio.
Al 31 luglio 2026 i titoli negoziabili in circolazione valevano 31.455 miliardi di dollari: 6.989 miliardi di buoni a breve (bills), 16.172 di note a medio termine, 5.489 di obbligazioni lunghe, 2.150 di titoli indicizzati all'inflazione e 652 di titoli a cedola variabile. Aggregando i singoli codici per data di scadenza, 10.482 miliardi — il 33,3% del totale — scadono entro dodici mesi.
Un terzo del debito negoziabile americano, in altre parole, deve ritrovare un compratore entro l'estate del 2027, ai tassi che ci saranno quel giorno. È la ragione per cui il livello della curva non è un dato astratto: è il prezzo di un'asta che si ripete ogni settimana. Il 17 agosto, per dare un esempio concreto, un collocamento da 25 miliardi di titoli lunghi si è chiuso al 5,216%.
La cedola media di quella fascia in scadenza è dello 0,83%, un numero che va letto con attenzione: è così basso perché comprende i buoni a breve, che sono emessi sotto la pari e formalmente non pagano cedola. Isolando le sole note e obbligazioni a cedola che scadono entro l'anno — 2.916 miliardi — la cedola media è del 2,94%. Sono titoli emessi fra il 2016 e il 2021, in un mondo di tassi bassi. Rifinanziarli oggi sul biennale al 4,24% significa uno scatto di 1,3 punti percentuali, cioè circa 38 miliardi di interessi in più all'anno su quella sola fetta.

Il divario che decide il conto: il 3,447% che il Tesoro paga, il 5,27% che il mercato chiede
Ed eccolo, il numero che tiene insieme i due articoli in uno. Al 31 luglio 2026 il tasso medio effettivamente pagato dal Tesoro americano su tutto il debito fruttifero era il 3,447%: 3,309% sulle note, 3,442% sulle obbligazioni lunghe, 3,758% sui buoni a breve. Sul mercato, lo stesso Tesoro paga oggi il 4,24% a due anni, il 4,74% a dieci e il 5,27% a trent'anni.
Il debito americano, cioè, sta ancora godendo di condizioni negoziate in un'epoca finita. Il costo medio è più basso del costo marginale, e la differenza si chiuderà da sola: non serve che i rendimenti salgano ancora, basta che restino dove sono mentre i vecchi titoli scadono. È un aumento di spesa già deciso, che si manifesterà nei bilanci dei prossimi anni indipendentemente da quello che farà la Fed sul tratto a breve.
L'ordine di grandezza è presto detto: un punto percentuale in più sul tasso medio dei 31.455 miliardi di titoli negoziabili vale circa 315 miliardi di dollari di interessi in più all'anno. Anche solo un decimo di punto — dieci centesimi sulla curva, il tipo di movimento che passa inosservato in una giornata di mercato — vale 31 miliardi l'anno.
Il conto è già visibile nei dati del Tesoro. Gli interessi lordi sul debito sono stati 1.133 miliardi nell'anno fiscale 2024 e 1.220 miliardi nel 2025; nei primi dieci mesi dell'anno fiscale 2026, chiusi a luglio, sono già 1.170 miliardi. Il Congressional Budget Office stima per il 2026 una spesa netta per interessi intorno ai 1.000 miliardi, pari al 3,3% del PIL e a circa il 14% della spesa federale totale, e la proietta a 2.100 miliardi — il 4,6% del PIL — entro il 2036, prevedendo che superi la spesa per Medicare entro il 2028 e quella per la difesa entro il 2038.
Chi compra: l'offerta cresce mentre la domanda estera si sfila
Un prezzo si forma con due mani, e finora abbiamo guardato solo quella che vende. L'altra si sta ritirando. Secondo i dati Treasury International Capital relativi a giugno 2026, pubblicati il 17 agosto, le disponibilità estere di titoli di Stato americani sono scese a 9.299 miliardi di dollari, 72,1 miliardi in meno rispetto ai 9.371 di maggio: il terzo calo in quattro mesi da quando, a febbraio, avevano toccato il record.
I due principali detentori esteri hanno alleggerito insieme. Il Giappone è sceso a 1.116 miliardi dai 1.143 di maggio (−2,3%), restando il primo creditore straniero ma ben sotto il picco di 1.325 miliardi del novembre 2021. La Cina ha ridotto del 4% in un solo mese, da 659,3 a 633,4 miliardi: il livello più basso dal settembre 2008. I flussi netti in acquisto di Treasury sono crollati da 56,6 miliardi di maggio a 6,8 miliardi di giugno.
A questo si aggiunge una concorrenza nuova sul lato della domanda: secondo Bloomberg, l'ondata di emissioni obbligazionarie delle società impegnate negli investimenti in intelligenza artificiale sta assorbendo una parte del denaro che cerca titoli a lunga scadenza. Anshul Pradhan, responsabile della strategia sui tassi americani di Barclays, ha sintetizzato la posizione degli operatori dicendo che continua a sconsigliare di scommettere contro la debolezza del tratto lungo: perché si inverta, servirebbero sorprese positive sui conti pubblici, meno emissioni legate all'IA o dati economici più deboli.
Più offerta e meno domanda: il premio a termine di cui sopra non è un'astrazione statistica, è quello che succede quando queste due curve si muovono nella stessa direzione sbagliata.
Che cosa cambia per il mutuo, per il BTP e per il fondo obbligazionario
Il rendimento del decennale americano è il riferimento su cui si prezza una parte enorme del credito mondiale, e le conseguenze arrivano molto prima di qualsiasi scenario drammatico sul debito.
Negli Stati Uniti la trasmissione è immediata e riguarda le famiglie: il tasso medio del mutuo trentennale a tasso fisso era al 6,65% il 20 agosto 2026, contro il 6,15% di fine 2025. Su un mutuo da 400.000 dollari, mezzo punto in più significa circa 131 dollari in più al mese, 1.571 dollari l'anno, poco più di 47.000 dollari sull'intera durata del finanziamento. È lo stesso meccanismo che avevamo seguito nell'articolo sui tassi sui mutui americani ai massimi dell'anno.
In Europa il canale è indiretto ma visibile. Il rendimento decennale italiano è salito al 3,881% nella media di luglio 2026 dal 3,734% di giugno, e quello tedesco al 3,070% dal 2,964%: il differenziale fra i due resta intorno agli 81 punti base, ma il livello di partenza si è alzato per entrambi. Per chi ha BTP in portafoglio il segno è duplice: i titoli già posseduti perdono valore di mercato quando i rendimenti salgono, mentre le nuove emissioni offrono cedole più generose. Chi tiene il titolo fino alla scadenza incassa quanto pattuito; chi ha un fondo o un ETF obbligazionario, invece, vede il prezzo aggiornarsi ogni giorno, ed è il motivo per cui un fondo di questo tipo può segnare perdite in un momento in cui «i tassi sono alti».
Sul cambio, infine, va corretta un'attesa diffusa. Il superamento dei 40.000 miliardi non ha travolto il dollaro: il cambio euro/dollaro era a 1,1699 il 21 agosto 2026 contro 1,1750 del 31 dicembre 2025, e l'indice ampio del dollaro calcolato dalla Federal Reserve era a 118,90 il 14 agosto contro 119,75 di fine 2025. Nel 2026 il dollaro è sostanzialmente fermo; la discesa vera è del 2025, quando lo stesso indice partiva da 129,28. Le dinamiche valutarie di questi mesi hanno avuto più a che fare con le attese sui tassi che con il debito, come abbiamo ricostruito nell'analisi su dati americani più deboli, dollaro e yen.
Che cosa guardare, e quando
Tre appuntamenti diranno se il tratto lungo della curva si sta stabilizzando o no. Il primo è il simposio di Jackson Hole del 27-29 agosto 2026, dove il tono della Federal Reserve sulle prospettive dei tassi orienterà soprattutto il tratto a breve. Il secondo è la riunione del Federal Open Market Committee del 15-16 settembre: un taglio inciderebbe sul biennale, ma — come ha mostrato tutto il 2025 — non garantisce affatto che il trentennale lo segua. Il terzo, il più importante per il tema di questo articolo, è il calendario delle aste del Tesoro e la loro composizione per scadenza: se il Tesoro sposterà l'emissione verso il breve per evitare i tassi lunghi, alleggerirà il costo immediato e ingrosserà il muro delle scadenze dell'anno prossimo.
Il numero da tenere d'occhio non è il prossimo traguardo tondo del debito. È la distanza fra il 3,447% che il Tesoro paga in media e il 4,74% che il mercato chiede sul decennale: finché resta aperta, il costo del debito americano continuerà a salire da solo, un'asta alla volta, qualunque cosa decida la Federal Reserve.
Fonti
Debito pubblico totale, quota detenuta dal pubblico e partite intragovernative, con le date di superamento delle soglie, dal rilevamento giornaliero «Debt to the Penny» del U.S. Department of the Treasury (dati al 20 agosto 2026). Composizione del debito negoziabile per tipologia e scadenza dal «Monthly Statement of the Public Debt», tabella 3, al 31 luglio 2026, aggregando i singoli codici identificativi per data di scadenza; le cedole medie sono ponderate per l'importo in circolazione. Tasso medio sul debito fruttifero da «Average Interest Rates on U.S. Treasury Securities», 31 luglio 2026. Interessi lordi per anno fiscale dal dataset «Interest Expense on the Public Debt Outstanding», ultimo mese disponibile luglio 2026. Curva dei rendimenti per scadenza dai «Daily Treasury Par Yield Curve Rates» del Tesoro americano (21 agosto 2026, e chiusure del 31 dicembre 2024 e 2025). Rendimenti giornalieri a 10 e 30 anni, differenziale d'inflazione a dieci anni, premio a termine sul decennale (modello Adrian-Crump-Moench della Federal Reserve Bank of New York), intervallo obiettivo dei tassi della Federal Reserve, indice ampio del dollaro, tasso medio sui mutui trentennali americani, indice dei prezzi al consumo e prodotto interno lordo dalle serie della Federal Reserve Bank of St. Louis (DGS10, DGS30, T10YIE, THREEFYTP10, DFEDTARU, DTWEXBGS, MORTGAGE30US, CPIAUCNS, CPILFESL, GDP, GFDEGDQ188S) e del Bureau of Economic Analysis. Superamento dei 40.000 miliardi, osservazione del Wall Street Journal sul valore simbolico della cifra e riferimento al confronto storico da ANSA (20 agosto 2026) e Sky TG24. Massimo del trentennale dal 2007, asta da 25 miliardi al 5,216%, vendite al dettaglio e prezzi alla produzione di luglio, ruolo delle emissioni societarie legate all'intelligenza artificiale e dichiarazione di Anshul Pradhan (Barclays) da Bloomberg e CNBC (17-18 agosto 2026). Disponibilità estere di titoli americani, posizioni di Giappone e Cina e flussi netti di giugno 2026 dai dati Treasury International Capital del Tesoro statunitense, diffusi il 17 agosto 2026 e ripresi da Bloomberg. Rendimenti decennali di Italia e Germania e cambio euro/dollaro dai tassi di riferimento e dalle statistiche della Banca centrale europea. Picco storico del rapporto debito/PIL del 1946 e proiezioni sulla spesa per interessi dal Congressional Budget Office e dalle ricostruzioni storiche del bilancio federale americano. Calcoli su variazioni, differenziali, rate del mutuo e impatto di un punto percentuale sullo stock di titoli negoziabili sono elaborazioni della redazione sui dati citati.
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